25 Novembre: il femminicidio deve diventare una battaglia trasversale

Claudia Moretta25 Novembre 2021
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Non c’è un modo di dirla in maniera semplice, edulcorata, mitigata: la violenza contro le donne è continua, inarrestabile. Da inizio anni sono quasi sessante le donne vittime di femminicidio in Italia, segno di un problema che continua a essere radicato nella nostra società, nella nostra cultura, nel nostro modo di intendere la donna. Nonostante i grandi proclami, infatti, non si vede un cambiamento di rotta, un’inversione di tendenza che possa far pensare con positività al futuro. Continuano a essere commessi femminicidi da uomini che erano stati ampiamente denunciati dalle loro vittime, continuano a essere perpetrate violenze sistematiche all’interno dei nuclei familiari senza che si riesca a proteggere in maniera strutturata chi ne è oppressa. Ma come se non bastasse, continuano a essere ignorati i fattori culturali.

               Oggi, 25 novembre, viene celebrata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e non posso non notare le centinaia di dichiarazioni, di programmi televisivi, di articoli di giornali che si susseguono sotto i miei occhi. Ma sono le solite frasi di circostanza che poi, nella sostanza, rimangono vuote, senza prospettiva, senza alcuna concretezza. La mia non vuole essere una visione pessimistica e giudicante, ma semplicemente realista. Ormai è qualche anno che scrivo articoli in occasione di questa Giornata e, detto sinceramente, non ho più argomentazioni da portare avanti. Sono stanca di dimostrare tesi che mi appaiono così logiche da non dover essere nemmeno discusse. Sono stanca di dovermi andare a leggere quante donne siano morte quest’anno. Sono stanca di dire che la violenza contro le donne ha diverse forme, modi, tempi. Ora sono semplicemente arrabbiata. Perché non vedo mai questo cambiamento, non percepisco mai la voglia di impegnarci tutti nella stessa direzione. Il maschilismo è stato ed è trasversale agli schieramenti politici, ai partiti che li rappresentano e alle generazioni di capi, leader, segretari. Tutti maschi, ovviamente.

               La questione della violenza contro le donne passa invece attraverso questo cambio del punto di vista: non devono essere più solo gli uomini a discutere e a decidere di parità di genere, di salari uguali tra i diversi sessi, di violenza domestica, di stupri, di violenza psicologica, di accesso all’aborto e via dicendo. La maggioranza di loro ha fallito, ormai lo sappiamo, ne scontiamo le evidenze quotidianamente. Una visione femminista deve quindi diventare centrale nella crescita culturale, legislativa e politica di questo Paese. E dico volontariamente “visione femminista” e non semplicemente “donne” perché credo che il femminismo debba diventare una questione trasversale, non solo a nostro esclusivo appannaggio. Altrimenti continueremo a fallire anche lì.

               Poco tempo fa mi sono appuntata il passaggio di un libro (Chimamanda Ngozi Adichie, “Dovremmo essere tutti femministi”, 2015, Torino, Einaudi): «La mia definizione di “femminista” è questa: un uomo o una donna che dice sì, esiste un problema con il genere così com’è concepito oggi e dobbiamo risolverlo, dobbiamo fare meglio. Tutti noi, donne e uomini, dobbiamo fare meglio». Credo che questa sia la reale rivoluzione culturale di cui abbiamo bisogno: lottare per una stessa causa che avrà come inevitabile conseguenza positiva anche la diminuzione rilevante di donne vittime di violenze. Ne sono certa. Non accadrà il prossimo anno, quando mi ritroverò ancora qui forse a scrivere arrabbiata, ma accadrà. Bisogna iniziare, invertire la tendenza, il punto di vista è fare della battaglia femminista una battaglia di tutti.

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