Non avendo né carta, né tela la disegnò sul fondo di una botte

Redazione7 Luglio 2020

 Di Renato Mammucari

   «Il quadro più bello del mondo, ne sono convinto, è la Madonna della seggiola di Raffaello. La conoscevo attraverso alcune incisioni e copie, e perciò mi ha illuminato con una bellezza familiare, sebbene infinitamente più divina di quanto non l’avessi mai vista. Un artista la stava copiando, producendo qualcosa di assai vicino, certo a un fac-simile e tuttavia senza, naturalmente, quel misterioso non-so-che che rende il quadro un miracolo», scriveva il più grande romanziere americano dell’Ottocento Nathaniel Nawthorne in una pagina dei suoi Italian Note Books, appunti di viaggio, una sorta di Zibaldone nel quali «rivelò al Nuovo mondo tutto il fascino della visione italica».

   Quel “misterioso non-so-che”, appena ricordato dal sensibile scrittore americano che venne in Europa, e soprattutto in Italia, accompagnato dalla giovanissima figlia Rose da lui soprannominata “il fiore del mio autunno”, costituisce la chiave di lettura per comprendere il mistero di Raffaello o meglio per squarciare quel velo che lo avvolge e consacrarlo appunto come un pittore “senza mistero”.

   È risaputo che il “divino” Sanzio “ fu persona molto amorosa e affezionata alle donne e di continuo presto ai servigi loro” e, grazie a questa sua “debolezza”, riuscì soprattutto nei Ritratti e nelle Madonne ad essere “umano” o meglio divinamente umano.

   Ecco che se il corpo seminudo della Fornarina di Raffello viene elevato a ideale di bellezza classica, quello di una contadina di Velletri, che un artista anonimo (in una rara incisione della collezione Luigi Bartelli) ha eternato mentre Raffaello la sta dipingendo sul fondo di una botte, assume addirittura le sembianze celestiali della Madonna.

   A riprova della proverbiale bellezza delle donne di Velletri, scrive infatti Gustavo Strafforello, «Raffaello incontrò un giorno una di queste vaghe donne, con un bambino in braccio, e la pregò di fermarsi alquanto: ma non avendo né carta, né tela, la disegnò sul fondo di una botte, e vuolsi che questo schizzo gli servisse per la famosissima Madonna della seggiola».

   In un articolo dal titolo Raffaello, la Madonna della seggiola e contadine di Velletri pubblicato su Il Messaggero del 30 giugno 1925, sono riportate alcune indagini sulla tradizioni per cui Raffaello, durante la sua attività romana, venuto a Velletri in una giornata di ottobre, attraversandone i vigneti rigogliosi, si sarebbe imbattuto in una bella contadina stringente un bimbo fra le braccia e quindi «vuole la tradizione, che il Sanzio abbia ritratto, sopra un fondo di botte, a rapidi tratti, il volto e i lineamenti della donna e del bimbo, cui in seguito si sarebbe ispirato per dipingere la “Madonna della seggiola“.

   La forma circolare del quadro si presentò forse come la circostanza più verosimile per il volgo, che ci volle appunto intravedere il fondo della botte, senza tener conto che tale forma corrisponde a quella di quasi tutte le Madonne del Sanzio, ma l’abbigliamento della Vergine ha effettivamente un riscontro nel costume allora in voga presso le contadine in quanto le donne del popolo, fino ai tempi molto remoti, vestivano in modo diverso dai ceti agiati, che si abbigliavano invece “alla romana”, mentre è caratteristico il fazzoletto che avvolge i capelli della villanella con un andamento particolare.

   Per avvalorare la veridicità storica della tradizione, conclude l’articolo, «si trattava di dimostrare che effettivamente Raffaello fosse venuto a Velletri e poiché è certo che egli si è recato a Cori, dovette passare anche nella nostra città ed il Winckelmann, nelle sue “Osservazioni sull’architettura degli antichi” (Roma 1748), dice di aver venduto alcuni disegni originali fatti dal Sanzio nel tempio di Ercole a Cori, disegni che, insieme a molti altri, si trovano nel Museo privato del barone Stosch, e, secondo il Nibby (Analisi dei dintorni di Roma), sarebbero poi passati alla Biblioteca di Vienna».

   E se qualcuno non vorrà credere a quanto riportato nel 1894 dallo Strafforello nel suo volume La Patria, relegando quell’episodio a semplice leggenda, mi limito a ricordare che questa deriva dal latino medievale legenda il cui significato letterale è “cosa che si deve leggere” e una severa locuzione latina ammonisce legere et non intelligere est tanquam non legere.

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